Torneremo a viaggiare

Come un sortilegio pronunciato dal più cattivo dei personaggi Disney, nel 2016 – a mia insaputa – ero stato vittima della più terribile delle maledizioni: “tornerai a scrivere su questo blog solo quando non sarà più possibile viaggiare” aveva vaticinato qualcuno che mi pensava intensamente.

E come in ogni storia fantasy che si rispetti, avevo scordato tali parole e abbandonato questo mezzo, dividendo la mia vita tra weekend in giro per l’Europa e la loro organizzazione. Oggi, chiuso in casa per cause di forza maggiore, mi sono risvegliato da quel torpore e ho capito che dovevo ricominciare da qui, perché chi ama viaggiare così tanto prova la stessa gioia anche solo parlandone. Vabbè ok, non è lo stesso, ma almeno è un effetto placebo.

E quale periodo migliore per tornare a parlare di viaggi se non uno in cui non è possibile farlo? In questi giorni più che mai mi tornano alla mente tante immagini e momenti legati agli splendidi viaggi degli ultimi anni. E rido da solo, consapevole della mia insanità mentale.

Ieri pensavo a quando mi sono fidato del consiglio della receptionist di un hotel leggermente fuori da Cancale in Bretagna che diceva: “inutile prendere la macchina, c’è un comodo sentiero che dal bosco porta fino alla città in pochi minuti, passando anche per il mare”. Peccato non aver considerato che forse intendesse di giorno. L’andata al tramonto è stata indimenticabile… ma anche il ritorno dopo cena al buio pesto non è stata niente male, senza alcuna forma di illuminazione se non quella della luna, che tutta questa luce non fa. La spiaggia, reduce da una marea piena, era completamente bagnata… si camminava a passo d’uomo su rocce scivolosissime… un passetto alla volta con torce alla mano e imprecazioni in un italiano colorito per le rive di Francia. 20 minuti solo per passare il primo livello: la spiaggia; per poi passare al secondo più temibile: il bosco. Ricordo bene che pensavo “dove ho visto ambientazioni simili?”, poi rammentavo che il mio riferimento letterario era IT il Pagliaccio, con i bambini che venivano maciullati nei tunnel, e quindi mi concentravo su altro. Oltre un’ora di cammino al buio tra spiagge e boschi per tornare in hotel insieme all’intero gruppo molto arrabbiato e con cel scarico. Però, avendo ritrovato la strada, ora lo viviamo come un bel ricordo.

Come quello sulle spiagge nere di Reynisfjara in Islanda… avevamo una guida che continuava a ripetere “guardate che muoiono decine di turisti che si avvicinano troppo al mare e vengono portati via dalla corrente”, “guardate che è pericoloso”, “e state attenti”, “mi raccomando”. Un clima d’ansia che, ovviamente, giudicavamo ingiustificata, così come tutti i cartelli stradali che sentenziavano la facile morte del turista in mare. Arrivati a destinazione, però, aveva iniziato a piovere ininterrottamente e – grazie alla presenza di un vento difficilmente immaginabile in natura – ogni goccia di pioggia arrivava in faccia orizzontale come un proiettile. Quindi, ricapitolando, bisognava difendersi dalle gocce a proiettile, dal vento, dal mare forza nove, dalla spiaggia nera, dai cartelli che inneggiavano alla morte del turista… il panico. Ciononostante, una volta arrivato su quella distesa nera col mare incazzato nero anche lui, avevo resettato ogni informazione di avvertimento e – da turista italiano cretino – mi ero detto “ma che bella idea sarebbe andare in quella grotta a destra che gode di una vista impagabile sul mare?”. Come se nessuno mi avesse messo in guardia da nulla. Arrivato nella grotta, avevo fatto le mie foto di rito, finché non mi ero accorto che il mare arrivava contro di me con una velocità un po’ esagerata. Una volta giratomi avevo notato che attorno a me c’erano solo giapponesi con macchine fotografiche incorporate che emettevano versi di paura. Il mare arrivava così forte che non esisteva più un lembo di spiaggia per tornare indietro; ho pensato di essere in un evidente guaio mentre i giapponesi continuavano a dire cose poco comprensibili ma con toni tendenzialmente concitati. Fortuna vuole che le ondate successive siano state meno impegnative, siamo tornati indietro – italiani e giapponesi – tutti sopravvissuti, solo qualche macchina fotografica non ce l’ha fatta.

Ecco, mi manca un sacco sapere di non avere questo genere di pensieri guida per i prossimi mesi, cioè non di non poter morire con un’onda anomala ma di non poter restare affascinato da posti tanto diversi e sentirmi vivo come quando sono in viaggio. Ora, so benissimo che rispetto a tutto ciò che sta accadendo è pochissima cosa; il mio problema è solo che tendo a darmi forza pensando a viaggi in arrivo e non vederne all’orizzonte non aiuta. Non per altro, ogni chiamata serale con mia sorella si chiude con l’unico pensiero felice possibile: “mò che finisce tutto, ci dobbiamo fare un super viaggio”. E così sarà. Torneremo a viaggiare.

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